Alla domanda dell'intervistatore del Corriere: Lei al posto di Monti che avrebbe fatto?,
la segretaria della Cgil Camusso ha risposto:
«Lo abbiamo detto molte volte. Avremmo introdotto forme serie di prelievo sulle grandi ricchezze e non misure così leggere che rasentano la trasparenza. Avremmo messo un sano tetto alle retribuzioni più alte e alla pluralità di incarichi pubblici e cumuli multipli tra stipendi e pensioni d'oro. E avremmo fatto cose più incisive sull'evasione, solo per fare qualche esempio».
Si tratta qui di una posizione non solo di difesa dei diritti dei lavoratori, cosa che i Sindacati finalmente hanno preso a cuore, ma di una posizione programmatica anche se limitata ad alcuni aspetti. Del resto Camusso precisa nella stessa intervista che é necessario prendere misure di rilancio dell'economia, per le quali sono necessarie decisioni esattamente opposte a quelle che il governo sta cercando di prendere.
Sono misure quelle di Monti che hanno per scopo di trasferire buona parte del reddito della popolazione verso i grandi capitalisti. Il governo Monti, formalmente illegale, é il rappresentante dell'1% della popolazione, ciononostante pretende imporre misure che riguardano il 99% della stessa. Al confronto i Sindacati sono in questo momento la forza piú rappresentativa della popolazione residente in Italia. Se si vuole affrontare una crisi con responsabilitá é necessario che le soluzioni siano guidate da forze che hanno l'appoggio e la fiducia dei lavoratori, e che comunque hanno una struttura che permette alla massa, quando fosse necessario, di poter intervenire per correggere e riorentare il loro operato.
Se si lasciano i banchieri a decidere le misure per risolvere la crisi attuale del capitalismo l'unica conclusione sará la catastrofe.
I Sindacati hanno in questo momento la responsabilitá di essere gli unici a poter fermare la riduzione a schiavitú economica del popolo italiano. Solo con gli scioperi e le mobilitazioni non ci sará nessuna possibilitá di interferire nel programma del governo. Le lotte potranno invece avere una capacitá di mobilitare il 99% se si intrevederá uno sbocco programmatico e di potere.
Lo sbocco puó essere: Governo Tecnico dei Sindacati Contro la Crisi!
NicolaiCaiazza
20/12/2011
martedì 20 dicembre 2011
giovedì 17 novembre 2011
Esulto per la caduta di Berlusconi, ma non gioisco per Monti
Il giorno dopo il golpe militare di Pinochet, a Santiago del Cile arrivarono i "Chicago boys", gli economisti cresciuti alla scuola liberista di Milton Friedman, per prendere in mano le sorti economiche del paese e per guidarlo verso quella rinascita neo-liberista che ci ha portato, diritto diritto, al capitalismo selvaggio, alla globalizzazione sconsiderata, ai suoi scempi, alle sue ripetute crisi, all'abbattimento dello stato sociale e al rigonfiamento del debito degli stati e delle famiglie.
Oggi, il capitalismo finanziario e l'imperialismo bancario, non hanno più bisogno della mano dei colonnelli: insediano direttamente gli economisti di parte e i banchieri di fiducia al governo di quello che rimane degli stati nazionali. E' proprio ciò che sta accadendo in Italia con la nascita del governo Monti, con il quale si inaugura la nuova fase di governo diretto delle banche e dei circoli finanziari e la sottomissione definitiva della politica all'economia e alla finanza.
Sia ben chiaro: a tutto questo, oltre al trend e alla speculazione internazionali, ha concorso lo sciagurato governo Berlusconi, che già di per sè aveva installato, a Palazzo Chigi, il governo diretto del monopolista e dei suoi affari, condendolo di populismo illusionistico e di sciovinismo corporativo e territoriale. Ma la finanza internazionale doveva prevalere sugli interessi particolari sia degli stati nazionali che dell'affarista spregiudicato e manipolatore di turno. Per questo la borghesia italiana, alleata con la finanza internazionale, ha deciso che era venuto il momento di mettere da parte l'inconcludente e scandalistico Berlusconi per far posto a un governo che fosse diretta espressione di quella speculazione internazionale che, come si dice a Napoli, prima ci "ciacca" (cioè, ci ferisce, ci fa venire i bitorzoli) e poi fa finta di medicarci.
Per tutto questo, se sono contento che sia finalmente finita l'insulsa era berlusconiana, allo stesso tempo non mi viene proprio di gioire per Monti che, prevedo, applicherà quelle ricette iperliberiste volte a rafforzare il potere e la ricchezza della grande finanza internazionale e ad assottigliare il già ridotto tenore di vita degli italiani.
sabato 24 settembre 2011
LE GRANDI RICCHEZZE DEI PICCOLI COMUNI
LE GRANDI RICCHEZZE DEI PICCOLI COMUNI
di Gerardo Troncone presidente dell'Archeoclub di Avellino.
Uno dei volti più belli dell'Italia è costituito dai suoi innumerevoli tesori d'arte e di storia. Negli ultimi anni, i trenta più grandi musei hanno avuto circa 25 milioni di visitatori (con il 50% concentrato nei sei più importanti, Musei Vaticani e Uffizi in testa), le località d'arte sono state fra le mete più ambite, visitate da oltre la metà degli stranieri arrivati in Italia, il turismo e l'industria della cultura costituiscono una voce significativa del Prodotto interno lordo nazionale, con un fatturato di circa 70 miliardi, pari a circa il 5%.
Tutto ciò malgrado un'azione politica nel settore a dir poco dissennata e dagli esiti paradossali. Basti citare l'ultimo rapporto della Corte dei Conti al ministero per i Beni Culturali, dove si legge che l'archeologia potrebbe “essere il primo volano del turismo culturale in Italia, con tutte le implicazioni sul piano scientifico ed economico” e dove si rileva il dato a dir poco inquietante, che da una parte i fondi a disposizione del ministero sono scesi in dieci anni dallo 0,41% allo 0,25% del Pil, mentre dall'altra il 55% delle risorse disponibili nel 2010 (in tutto circa 550 milioni di euro) non è stata spesa, cioè è rimasta nel cassetto del ministero.
Non è certo per caso che l'Italia in quarant'anni è passata dal primo al quinto posto delle mete turistiche globali (Sergio Rizzo, “Corriere della Sera” del 23 maggio 2011). Per consolarsi, spesso ci si riempie la bocca col dire che l'Italia possiede il 70% dell'intero patrimonio mondiale, il che non corrisponde affatto al vero, se si pensa agli immensi tesori ancora sepolti, ad esempio, in Cina o in Africa.
Il vero primato dell'Italia è costituito non tanto dalla quantità dei beni culturali che possediamo, quanto delle caratteristiche di tale patrimonio. In effetti, contrariamente a quanto avviene in quasi tutti gli altri Paesi del Mondo, il nostro patrimonio è diffuso nell'intero territorio nazionale ed è nello stesso tempo quasi ovunque stratificato nei millenni. Le bellezze artistiche e paesaggistiche sono disseminate dalle Alpi alla Sicilia, ed esprimono una storia che possiamo leggere attraverso molteplici stratificazioni, che vanno dal Paleolitico alla Magna Grecia, dal periodo romano alla Cristianità, dal Medioevo al Rinascimento all'Età Moderna.
Il territorio italiano, storicamente policentrico, offre nel suo insieme l'idea di un grande museo diffuso, con i suoi oltre duemila siti archeologici, le decine di migliaia di chiese, castelli, fortificazioni, giardini, dimore storiche. Non necessariamente poi questo tesoro lo si deve ammirare nel chiuso dei grandi musei. Esso non ha confini: lo si può godere anche solo passeggiando per strada, standosene seduti su una panchina all'ombra di un tiglio, entrando in una piccola cappella a pregare. Innumerevoli sono i tesori d'arte custoditi in luoghi sconosciuti ai più e ancor oggi l'etichetta di minore grava su una parte vastissima del nostro patrimonio, che spesso è visto come un peso e non come un'irrinunciabile occasione di uno sviluppo, in grado oltretutto di dare lavoro a centinaia di migliaia di giovani, specialmente nel Mezzogiorno.
Nell'ambito di questo vasto e ancora inesplorato patrimonio culturale minore non va dimenticato che dei circa ottomila Comuni italiani oltre mille possiedono centri storici di altissimo pregio: sono questi piccoli borghi che, se adeguatamente valorizzati, ben potrebbero diventare musei di se stessi, e dove lo stesso edificio museale tradizionale potrebbe non essere più necessario, bastando anche un polo di gestione del sistema.
La manovra economica in atto, figlia di una maggioranza arrogante e di un'opposizione distratta, prevede una non meglio precisata soppressione proprio dei piccoli Comuni, moltissimi dei quali – in Irpinia tutti – hanno la prerogativa di avere ostinatamente salvato il proprio borgo antico, cuore pulsante della memoria collettiva, luogo dell'anima.
Si dimentica ancora una volta che molti piccoli Comuni (quelli irpini in primis) sono rimasti tali anche perchè hanno scelto la strada del vivere a misura d'uomo, del rispetto del territorio, dell'uso moderato e corretto delle risorse disponibili, laddove per diventare grandi (o grossi) altri Comuni hanno imboccato la via dell'espansione selvaggia e indiscriminata, del sacco delle coste e dei paradisi naturali, che è la stessa strada dei periodici e ricorrenti dissesti naturali (frane, alluvioni, terremoti, eccetera).
Oggi si propone una norma che non produce quasi nulla in termini economici (si parla dello 0,2 per mille dell'intera manovra, cioè quanto si risparmierebbe con la riduzione di una quindicina di poltrone parlamentari), che fra cavilli interpretativi e furbate varie probabilmente non sarà neanche attuata, e della quale resterà solo il senso amaro della stupidità e dell'ignoranza di chi l'ha voluta.
A prescindere da tutto e per concludere, mettiamoci davanti agli occhi uno a caso dei parlamentari campani di oggi (senza scomodare la faccia rubizza del ministro che impazzava a reti unificate con il cravattone verde, la giacca azzurra, i pantaloni arancio e i calzini chissà). Visto che valgono all'incirca la stessa cifra, pensate che sia meglio mantenere la sua poltrona o cento piccoli Comuni?
Gerardo Troncone presidente dell'Archeoclub di Avellino
(da: Il Mattino - Avellino del 20 settembre 2011)
venerdì 23 settembre 2011
Manuel Castells: Sacrifici umani in nome dei mercati
Il socialista José Luis Rodríguez Zapatero passerà alla storia come il peggior presidente della Spagna democratica. Il suo predecessore, José María Aznar (del partito popolare), almeno aveva una certa coerenza ideologica. La pantomima dell’ultima riforma costituzionale, che prevede l’inserimento della norma del pareggio di bilancio, è stata orchestrata dai due più grandi partiti del paese con il favore della notte e dell’estate e colpisce al cuore la democrazia e l’autonomia dello stato.
Una riforma necessaria, così ci dicono, imposta da Angela Merkel e Nicolas Sarkozy per contrastare la sfiducia dei mercati nei confronti del debito spagnolo. Questa sfiducia avrebbe potuto innescare a sua volta la crisi di altri debiti europei, soprattutto di quello italiano, e affondare l’euro. Riportare a galla la Grecia, il Portogallo e l’Irlanda è difficile. Salvare la Spagna dalla bancarotta è impossibile sia per le finanze tedesche sia per quelle francesi.
Ecco il motivo, dunque, della pressione sul governo spagnolo, che da tempo ha ormai abbandonato qualsiasi velleità di sovranità economica per sottostare alle profezie sul comportamento dei mercati. Un potere supremo e misterioso che dev’essere placato con dei sacrifici umani: i tagli alla spesa sociale colpiscono la sanità, l’istruzione e le pensioni. In altre parole, la vita.
Ma chi sono i mercati? Qualcuno di voi conosce personalmente qualche mercato? I mercati sono gli investimenti gestiti dagli intermediari finanziari. Ma cosa vogliono gli investitori e i loro intermediari? L’equilibrio fiscale? Garantire la solvibilità del debito a lungo termine? No. Il vero motore degli investimenti è il guadagno, puro, semplice e a breve termine. È così che funziona il mondo della finanza. È dal guadagno che dipendono i dividendi degli azionisti, ma soprattutto le commissioni e i bonus degli operatori finanziari.
I guadagni a breve termine si ottengono in diversi modi, anche scommettendo sull’altalena del valore dei titoli finanziari, compresi i titoli di stato e le valute nazionali. Per alcuni, insomma, la svalutazione del debito sovrano spagnolo e l’aumento degli interessi sui titoli di stato potrebbero essere un buon affare. I grandi guadagni sono possibili proprio grazie alle turbolenze finanziarie. L’apatia economica è la prospettiva più nera per i mercati. È per questo che la Spagna e l’euro potrebbero fallire, non per il debito.
In realtà, non si pensa a salvare l’economia spagnola, ma a sfruttare la crisi per legare le mani ai rappresentanti politici dei cittadini nel caso in cui abbiano la tentazione di ascoltare i loro elettori invece dei mercati nell’interpretazione che ne danno Merkel, Sarkozy e tutti quelli che mettono in salvo la pelle politica nei loro paesi a spese degli altri europei. Una dimostrazione della disunione europea.
Il punto della questione è che in nome dei mercati si impone una riforma costituzionale senza consultare i cittadini, facendola approvare da una maggioranza parlamentare che potrebbe cambiare nel giro di tre mesi. Di questo passo si delegittima la costituzione, considerata intoccabile in certe situazioni ma manipolata nel giro di pochi giorni quando conviene ai politici in carica. In questo modo non sarebbe mai stato possibile approvare la costituzione del 1978 che, per quanto imperfetta, è riuscita a garantire la coesistenza politica sulla base di un consenso comune e costruttivo, che ora è stato infranto senza un valido motivo.
Eppure i cittadini dovrebbero avere la possibilità di dire la loro: anche se scegliessero la cosa sbagliata, è comunque un loro diritto. È inaccettabile che i politici invochino la democrazia come garanzia di legittimità per poi intervenire autonomamente su questioni così importanti sfruttando il parlamento come se il paese fosse di loro proprietà. Pensiamo invece all’Islanda: dopo mesi di mobilitazione sociale, un referendum ha imposto le nuove regolamentazioni finanziarie, l’allontanamento dei politici responsabili del crac e il rifiuto di pagare i debiti delle banche. Da quel giorno, per gli islandesi le cose sono migliorate.
Se la crisi della democrazia spagnola, che ha indignato gran parte della popolazione, era già profonda, questa vergognosa riforma costituzionale annienta la credibilità dei politici che l’hanno votata. E, nel frattempo, complica la vita al prossimo candidato premier socialista Alfredo Pérez Rubalcaba, che fino a pochi giorni fa si era dannato per salvare la faccia al suo partito e a tutta la classe politica spagnola cercando di ascoltare le richieste dei cittadini. Se la costituzione la dettano i mercati, allora facciamo comandare i banchieri. Ma se i cittadini contano ancora qualcosa, allora potrebbero rifondare pacificamente la democrazia e ripulire le istituzioni da certi partiti che hanno messo radici in parlamento come se fosse una loro tenuta protetta dal filo spinato, e noi fossimo i loro braccianti. Accampamento contro accampamento. Cinismo politico contro speranze dei cittadini. Spezziamolo questo filo spinato.
(Manuel Castells è un sociologo spagnolo
Traduzione di Sara Bani.
Internazionale, numero 915, 16 settembre 2011)
mercoledì 8 luglio 2009
Lettera aperta al papa Benedetto XVI perché non riceva Berlusconi in udienza né pubblica né privata dopo il G8 dell’Aquila
"Con sgomento apprendiamo dalla stampa l’eventualità che lei possa
concedere udienza privata all’attuale presidente del consiglio
italiano, Silvio Berlusconi. Egli per parare il diluvio di
indignazione e disprezzo che gli si è scatenato contro a livello
mondiale per i suoi comportamenti indecenti che sono anche la
negazione della morale cattolica che tanto sbandiera nei suoi
deliranti proclami, ha fatto capire che dopo il G8 cercherà di
strappare alla Santa Sede un incontro con il Pontefice a conclusione
del summit dell’Aquila. L’unico modo, a suo giudizio, per «troncare le
polemiche».
Mons. Mariano Crociata, segretario della Cei, senza fare riferimenti
personali, ha detto parole gravi che avremmo voluto ascoltare già da
tempo, ma non è mai troppo tardi. Il segretario della Cei afferma che
stiamo assistendo «ad un disprezzo esibito nei confronti di tutto ciò
che dice pudore, sobrietà, autocontrollo e allo sfoggio di un
libertinaggio gaio e irresponsabile». Non si deve quindi pensare che
«non ci sia gravità di comportamenti o che si tratti di affari
privati, soprattutto quando sono implicati minori» (Omelia in memoria
di Santa Maria Goretti, a Latina 5 luglio 2009).
Sì, perché tra le varie sconcezze del presidente del consiglio
(compagnia con donne a pagamento), vi sono riferimenti precisi di
rapporti con minorenni (testimonianza della moglie) e di cui il
presidente ha dato diverse differenti letture, nonostante abbia
spergiurato sulla testa dei figli.
Le parole del segretario della Cei hanno toccato nel segno la
depravazione in cui è caduta la presidenza del consiglio italiana,
disperatamente alla ricerca di un salvagente per salvare la faccia e
offendere il mondo civile e cattolico con lo show dell’udienza. A
Silvio Berlusconi nulla importa del papa e della Chiesa cattolica e
della sua morale come della dottrina sociale, a lui interessa di farsi
vedere «urbi et orbi» insieme al papa e così cercare di parare le
richieste pressanti che da tutto il mondo arrivano perché esca di
scena dignitosamente, se ne capace.
La supplichiamo, per amore della sua e nostra Chiesa, che è ancora
inorridita e scossa, non lo riceva pubblicamente né privatamente
perché lei darebbe un colpo mortale alla credibilità della gerarchia
della Chiesa che ha preso posizione solo dopo la mobilitazione del
mondo cattolico e del mondo civile che in internet ha raggiunto
livelli di esasperazione molto elevati.
Se lo riceve, la visita sarà usata strumentalmente per dire che il
papa è con Berlusconi e quindi tutte le sue ignominie, depravazioni e
corruttele troverebbero facile copertura morale. La morale che lei
dovrebbe rappresentare diventerebbe una farsa di copertura
dell’immoralità di un uomo presuntuoso e malato che ancora non si è
degnato di rispondere pubblicamente del suo operato come ha chiesto la
libera stampa, mentre è andato in tv dove senza contraddittorio, ha
esaltato le sue gesta di corrotto corruttore, aggiungendo sprezzante a
sua giustificazione che «la gente mi vuole così».
Inevitabilmente lei diventerebbe complice agli occhi dei fedeli
semplici e dei non credenti ancora attenti alla Chiesa. In nome di Dio
e della dignità del nostro popolo e della serietà dell’etica non lo
riceva, perché se lo riceve, lei perderà moltissimi fedeli che già
sono sulla soglia".
In fede
Paolo Farinella, prete
FIRMA L'APPELLO su MicroMega.net e passaparola!
http://temi.repubblica.it/micromega-appello/?action=vediappello&idapp...
(8 luglio 2009)
concedere udienza privata all’attuale presidente del consiglio
italiano, Silvio Berlusconi. Egli per parare il diluvio di
indignazione e disprezzo che gli si è scatenato contro a livello
mondiale per i suoi comportamenti indecenti che sono anche la
negazione della morale cattolica che tanto sbandiera nei suoi
deliranti proclami, ha fatto capire che dopo il G8 cercherà di
strappare alla Santa Sede un incontro con il Pontefice a conclusione
del summit dell’Aquila. L’unico modo, a suo giudizio, per «troncare le
polemiche».
Mons. Mariano Crociata, segretario della Cei, senza fare riferimenti
personali, ha detto parole gravi che avremmo voluto ascoltare già da
tempo, ma non è mai troppo tardi. Il segretario della Cei afferma che
stiamo assistendo «ad un disprezzo esibito nei confronti di tutto ciò
che dice pudore, sobrietà, autocontrollo e allo sfoggio di un
libertinaggio gaio e irresponsabile». Non si deve quindi pensare che
«non ci sia gravità di comportamenti o che si tratti di affari
privati, soprattutto quando sono implicati minori» (Omelia in memoria
di Santa Maria Goretti, a Latina 5 luglio 2009).
Sì, perché tra le varie sconcezze del presidente del consiglio
(compagnia con donne a pagamento), vi sono riferimenti precisi di
rapporti con minorenni (testimonianza della moglie) e di cui il
presidente ha dato diverse differenti letture, nonostante abbia
spergiurato sulla testa dei figli.
Le parole del segretario della Cei hanno toccato nel segno la
depravazione in cui è caduta la presidenza del consiglio italiana,
disperatamente alla ricerca di un salvagente per salvare la faccia e
offendere il mondo civile e cattolico con lo show dell’udienza. A
Silvio Berlusconi nulla importa del papa e della Chiesa cattolica e
della sua morale come della dottrina sociale, a lui interessa di farsi
vedere «urbi et orbi» insieme al papa e così cercare di parare le
richieste pressanti che da tutto il mondo arrivano perché esca di
scena dignitosamente, se ne capace.
La supplichiamo, per amore della sua e nostra Chiesa, che è ancora
inorridita e scossa, non lo riceva pubblicamente né privatamente
perché lei darebbe un colpo mortale alla credibilità della gerarchia
della Chiesa che ha preso posizione solo dopo la mobilitazione del
mondo cattolico e del mondo civile che in internet ha raggiunto
livelli di esasperazione molto elevati.
Se lo riceve, la visita sarà usata strumentalmente per dire che il
papa è con Berlusconi e quindi tutte le sue ignominie, depravazioni e
corruttele troverebbero facile copertura morale. La morale che lei
dovrebbe rappresentare diventerebbe una farsa di copertura
dell’immoralità di un uomo presuntuoso e malato che ancora non si è
degnato di rispondere pubblicamente del suo operato come ha chiesto la
libera stampa, mentre è andato in tv dove senza contraddittorio, ha
esaltato le sue gesta di corrotto corruttore, aggiungendo sprezzante a
sua giustificazione che «la gente mi vuole così».
Inevitabilmente lei diventerebbe complice agli occhi dei fedeli
semplici e dei non credenti ancora attenti alla Chiesa. In nome di Dio
e della dignità del nostro popolo e della serietà dell’etica non lo
riceva, perché se lo riceve, lei perderà moltissimi fedeli che già
sono sulla soglia".
In fede
Paolo Farinella, prete
FIRMA L'APPELLO su MicroMega.net e passaparola!
http://temi.repubblica.it/micromega-appello/?action=vediappello&idapp...
(8 luglio 2009)
lunedì 15 giugno 2009
Chi è veramente Elio Letizia?
ISSO, ESSA E 'A MALAVITA
di ROSITA PRAGA [ 29/05/2009]
A Napoli gli investigatori della Direzione Antimafia stanno indagando sui possibili collegamenti fra Elio Benedetto Letizia, il padre dell'ormai celebre Noemi, e il ceppo che a Casal di Principe ha visto per anni egemone il clan capitanato da Armando, Giovanni e Franco Letizia, gruppo di fuoco del boss Giuseppe Setola, area Bidognetti. Tutti alleati degli Scissionisti di Secondigliano. Qui, nell'attesa di sviluppi giudiziari, proviamo a mettere in fila alcune impressionanti coincidenze, con le tessere di un puzzle che vanno al loro posto una dopo l'altra. Ed un Paese che, se le ipotesi investigative fossero confermate, si troverebbe a dover raccogliere la sfida finale.
Potrebbe suonare solo come un'omonimia, un cognome strano, uguale al nome di una donna. E che ricorre. Poi il cerchio delle coincidenze comincia a stringersi. E prende corpo l'ipotesi che Benedetto Letizia detto Elio, padre dell'aspirante starlette Noemi, lungi dall'essere mai stato autista di Craxi o militante di Forza Italia o qualsiasi altra boutade messa in circolazione, sia originario dello stesso ceppo di Casal di Principe dal quale provengono Franco e Giovanni Letizia, gruppo di fuoco del boss Giuseppe Setola. Lo stesso commando capace di sparare in fronte ed ammazzare sei extracomunitari in un colpo solo per avvertire gli altri che, se si intende trafficare droga in zona, bisogna sottostare alle “regole”. E pagare.
Ma chi e' veramente Benedetto-Elio Letizia? Da Castelvolturno all'Agro Aversano fino a Secondigliano, molti lo sanno fin dall'inizio di questa storia. Ma non parlano. Tacciono di fronte ai tanti cronisti venuti da ogni parte del mondo. Pero' a Enrico Fierro, inviato dell'Unita', qualcuno ha detto: lascia stare, su questa storia meglio non metterci le mani. Bolle, scotta. Il cinquantenne Benedetto Letizia, noto finora al Comune di Napoli (dove e' in servizio) piu' che altro per un vecchio inciampo giudiziario - fu arrestato nel ‘93 nell'ambito di un'inchiesta sulle compravendite di licenze commerciali - per tutti e' un uomo tranquillo. E anche la gazzarra di visure camerali e catastali messa su dai giornali, non ha potuto scoprire altro che modesti immobili intestati a Noemi e un paio di societa' dedite al commercio di profumi. Solo una bufala, allora, la storia della parentela? «Non dimentichiamo - dice un attento osservatore di queste dinamiche - che molto spesso i clan si servono proprio di personaggi “puliti”, o quasi, per tenere i contatti con esponenti delle istituzioni».
A gettare benzina sul fuoco, realizzando la classica “excusatio non petita”, sono poche settimane fa alcuni giornalisti del casertano. Ventiquattr'ore di fuoco, quel 19 maggio. Dopo la cattura in Spagna del boss Raffaele Amato, a Secondigliano un blitz porta in manette quasi cento persone ritenute affiliate agli Scissionisti. In nottata arriva l'arresto a San Cipriano d'Aversa del boss Franco Letizia, uno fra i cento latitanti piu' ricercati d'Italia. E siamo proprio negli stessi giorni in cui, fra gossip e cronaca, i giornali, le tv e il web sono letteralmente invasi da quel nome: Letizia. Alle 12 e 18 in punto nelle redazioni arriva un lancio Ansa. E' firmato dalla giovane corrispondente casertana Rosanna Pugliese: nessuna parentela - si legge - tra l'arrestato Franco Letizia ed il papa' di Noemi, lo affermano «gli inquirenti che operano nel casertano». Che bisogno c'era di quella perentoria smentita, a fronte di una notizia mai data? E soprattutto, perche' rifarsi ad un termine generico come “gli inquirenti”, senza precisare se si tratta della squadra mobile, della Procura (di Napoli o di Caserta?) oppure di altre forze dell'ordine? Un sito locale, Caserta Sette, non perde l'occasione per rilanciare la non-notizia. E con tono stizzito se la prende con chiunque osi pensare che esista quella parentela.
Mentre scriviamo, alla Voce risulta invece che sono in corso indagini top secret alla Procura di Napoli proprio per accertare il possibile collegamento fra i Letizia di Secondigliano (Benedetto detto Elio, ma anche altri suoi stretti congiunti) e il clan Letizia affiliato ai Casalesi. Un legame che, se fosse accertato, nella “vicenda Papi”, spiegherebbe tutto. O quasi. Qualcuno, in Campania ed oltre, sa bene da tempo cosa significa pronunciare alcuni grossi nomi. E perche', se telefona uno con quel nome, se si spinge fino a chiedere a un leader politico di mostrarsi alla nazione intera, intervenendo ad una festa di paese, lui potrebbe essere costretto ad acconsentire. Ma in ossequio alla ragion di stato sarebbe obbligato a far credere - perfino alla moglie e ai figli - che si tratti d'una storia di corna e minorenni, piuttosto che rivelare al Paese e al mondo la verita'.
Scrive Fierro sull'Unita' del 22 maggio: «La camorra, soggetto da maneggiare con cura in questa storia. Anche se i tanti set di questo reality non aiutano a tenerla a debita distanza. Secondigliano (il quartiere monstre dove i Letizia hanno alcune loro attivita'); Portici, la citta'-quartiere dove vivono Noemi e sua madre, e Casoria, il paesone della festa. In ognuno di questi luoghi i clan hanno un controllo ferreo del territorio. Sanno tutto. Di tutti». In attesa delle conclusioni alle quali giungeranno i pm della Dda, noi qui proviamo a mettere insieme le tessere del puzzle. Che cominciano a combaciare in maniera impressionante. Se risultasse provato il collegamento fra i Letizia, sarebbe allora piu' realistico immaginare quale sia stato il vero motivo di quell'appuntamento cui il premier, suo malgrado, non poteva mancare, pur avendo cercato con ogni mezzo fin dalla mattina - e poi nelle frenetiche telefonate fatte in quei misteriosi 50 minuti di sosta dentro l'aereo, a Capodichino - di sottrarsi. Alla fine va. E resta per quasi un'ora a colloquio “riservato” - dice chi c'era - con Elio Benedetto Letizia, prima di darsi in pasto ai fotografi.
. IL POTERE DI GOMORRA
Troppo forte, il potere d'intimidazione di quella holding multinazionale che, come ci ha raccontato Gomorra, comunica i suoi messaggi attraverso i simboli. L'uomo accusato di essersi portato via la donna di un boss, per esempio, viene crivellato non alla testa o al cuore, ma “mmiez ‘e palle”; quello che ha tradito gli accordi, facendo catturare uno del clan, dovra' essere “incaprettato”, legato come un capretto sul banco della macelleria, e fatto ritrovare nella posa piu' grottesca e mostruosa che si possa immaginare per un essere umano. Cosi' anche la presenza fisica di una personalita', in certi luoghi ed occasioni, vale piu' di cento rassicurazioni verbali. Magari arriva a suggello di un condizionamento che durava gia' da mesi. E del quale la bella - e quasi certamente ignara - Noemi non era che un altro “segnale”. La sua presenza al fianco del primo ministro (come nell'ormai famoso ricevimento di fine anno a Villa Madama) serviva per affermare all'esterno che il rapporto con gli uomini del napoletano e del casertano stava andando avanti.
Del resto, lo strapotere finanziario raggiunto dalle imprese dei clan camorristici - anche attraverso la presenza di loro vertici nelle logge massoniche coperte - praticamente non ha uguali. Lo ha spiegato poche settimane fa Roberto Saviano agli studenti della Normale di Pisa nel corso di una lezione: nessuna, fra le altre mafie del mondo (russa, cinese o slava che sia) e' autonoma rispetto alle cosche italiane. Tutte hanno come modello di partenza Cosa Nostra, ‘Ndrine e Camorra. Ma i gruppi esteri non si sono mai del tutto affrancati: sullo scacchiere internazionale, nei paradisi fiscali, per muovere da un capo all'altro dei contimenti denaro, armi, stupefacenti, organi ed esseri umani, devono sempre e ancora in qualche modo “dare conto” ai clan italiani.
Dal punto di vista dell'economia criminale, poi, che interi pezzi dell'Italia siano ormai ricattabili da parte dei clan camorristici, non e' una novita'. Una holding multinazionale, ma pur sempre malavitosa; forze strutturate e uomini che, pur trovandosi ormai a gestire le leve del potere finanziario (il giro di affari delle mafie, secondo uno studio recente di Confesercenti, e' pari a 125 miliardi di dollari l'anno, circa il 7% del Pil nazionale), non rinunciano ai vecchi e collaudati metodi per affermare il loro potere. Un commando di fuoco pronto a sequestrare, a sparare in faccia, tenere in ostaggio magari i figli di un alto esponente politico. Ed e' cosi' che possono maturare, per i posti chiave di governo - ad esempio la presidenza di una strategica Provincia o un sottosegretariato - le nomine di personaggi ritenuti gia' nelle lore stesse zone di origine impresentabili, per i legami con la camorra dei loro uomini piu' stretti.
MARONI ALLA CARICA
Come s'inscrive, nello scenario che stiamo ipotizzando, l'autentica impennata nella lotta ai clan camorristici impressa nelle ultime settimane da Roberto Maroni, ministro degli Interni, e da Antonio Manganelli, capo della Polizia? «Berlusconi - dice un esperto di intelligence che preferisce restare anonimo - probabilmente sara' presto lasciato al suo destino. Lo dimostra il livello di fibrillazione da cui e' stato colto dopo l'episodio di Casoria, gli errori a raffica, le dichiarazioni avventate. A reggere saldamente il timone dello Stato che non si arrende e' ora il Viminale, da cui non a caso negli ultimi mesi e' partito un pressing senza precedenti nel contrasto ai Casalesi e ai loro alleati, gli Scissionisti di Secondigliano. Operazioni che hanno liquidato quasi interamente il clan Letizia».
L'escalation nella lotta alla malavita organizzata del casertano ha inizio esattamente dopo la strage di Castelvolturno, il 19 settembre dello scorso anno, quando sei nordafricani residenti nella vasta area a rischio della Domiziana, sul litorale di Caserta, vengono massacrati in un raid di camorra teso - si capira' in seguito - a riaffermare il predominio sulla zona del boss dei Casalesi Giuseppe Setola, al cui clan sono affiliati i Letizia. Appena dieci giorni dopo, il 30 settembre, i Carabinieri del comando di Caserta arrestano gli artefici dell'eccidio. Sono Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo ed il ventottenne Giovanni Letizia, gia' ricercato per un altro omicidio collegato alla connection politica-rifiuti: quello dell'imprenditore Michele Orsi. I militari li sorprendono in due villini di villeggiatura a Quarto, sempre in zona domizia. «Secondo il pentito Oreste Spagnuolo - scrivera' Roberto Saviano - Giovanni Letizia quando uccise Michele Orsi indossava una parrucca e ai piedi aveva un paio di Hogan di tela. Poi gli venne fame e andarono a mangiare con Letizia che aveva ancora le scarpe sporche di sangue ma preferiva pulirle con la spugnetta anziche' buttarle. Quando il suo capo chiese perche' perdesse tempo a lavarle rischiando di essere beccato, Giovanni Letizia gli rispose che Orsi non valeva le sue scarpe». 14 gennaio 2009. In un edificio diroccato di Trentula Ducenta, al confine con il Lazio, finisce la latitanza del boss Giuseppe Setola. Con lui viene fermata la moglie, Stefania Martinelli. Fra il 9 e l'11 marzo la Dda partenopea mette a segno un altro colpo mortale per i Casalesi con l'arresto di altri uomini legati a Franco Letizia, cugino di Giovanni, considerato il reggente del clan. Fra loro anche il trentatreenne Vincenzo Letizia detto ‘o schizzato. 3 aprile 2009. La Mobile di Caserta arresta Armando Letizia, 56 anni. Considerato elemento di spicco del clan, Armando e' zio di Giovanni Letizia e padre del latitante Franco. Il cerchio si stringe intorno a quest'ultimo, che sara' tratto in manette il 19 maggio. Ma quella domenica 26 aprile, il giorno dell'arrivo di Berlusconi a Casoria per il compleanno di Noemi, un'altra e piu' rilevante cattura forse e' gia' nell'aria. All'alba del 29 aprile la Direzione Investigativa Antimafia di Napoli sorprende Michele Bidognetti, fratello del boss Francesco Bidognetti (detenuto al 41 bis eppure ancora in grado - secondo gli inquirenti - di impartire ordini), ma soprattutto parente del collaboratore di giustizia Domenico Bidognetti.
Un gruppo criminale strettamente collegato a quello dei Setola e, quindi, ai Letizia. «Una storia - fanno notare in ambienti giudiziari del casertano - che puzza lontano un miglio di rifiuti. Non va dimenticato che per i Bidognetti questa e' stata sempre una fra le piu' lucrose attivita'. E che molte operazioni messe a segno recentemente dalle forze dell'ordine nascono dalle rivelazioni su quel maleodorante business rese da una gola profonda del settore come Gaetano Vassallo». Senza contare, su tutto, la presenza degli imprenditori-camorristi del settore rifiuti Michele e Sergio Orsi: il primo ucciso proprio per mano del clan Letizia quando era in procinto di collaborare con la magistratura. Il secondo, arrestato nell'ambito di un'operazione anticamorra di febbraio scorso, era invece stato prosciolto nel 2007 da analoghe accuse. Al suo fianco, come penalista, c'era l'avvocato Ferdinando Letizia dello studio Stellato di Santa Maria Capua Vetere. Casertano, 35 anni, Ferdinando Letizia e' anche consigliere comunale a Castelvolturno e capogruppo della lista “Liberamente”, sul cui sito internet si esaltano le gesta del leader Silvio Berlusconi. Il colpo inferto ai trafficanti di rifiuti con l'apertura dell'inceneritore di Acerra, il timore di perdere gli appalti da milioni di euro che ruotano intorno all'affare munnezza, potrebbero insomma essere fattori non del tutto estranei al clima rovente delle ultime settimane.
IL MILAN? ALL'OLIMPIA
Ma torniamo ai segnali. A quegli avvenimenti forse solo in apparenza “curiosi” che avevano preceduto la famosa sera del 26 aprile. Quella domenica a giocare sul campo del San Paolo c'era stata l'Inter. Ma il 22 marzo a Napoli per una sfida di campionato era sbarcato il Milan. Che per la prima volta aveva abbandonato i consueti, sfavillanti hotel del lungomare partenopeo con vista sul golfo, per andare ad alloggiare in una delle piu' desolate periferie dell'hinterland: Sant'Antimo, Hotel Olimpia. Terra di inceneritori, ecoballe e Cdr. Al confine col triangolo della morte Nola-Marigliano-Acerra. Comune, Sant'Antimo, due volte sciolto per infiltrazioni camorristiche. Area infestata da sversamenti illegali di materiali tossici. E non lontana da quell'agro aversano da cui trae le sue origini il gruppo Setola-Bidognetti-Letizia.
L'Hotel Olimpia rientra nell'impero economico della famiglia Cesaro, che in zona possiede anche l'unico presidio sanitario disponibile per uno fra i territori piu' densamente popolati d'Italia, il Centro Igea, ed una serie di altre lucrose attivita'. Leader della famiglia e' Luigi Cesaro, deputato Pdl, candidato in pole position per la presidenza della Provincia di Napoli. Sui suoi pregressi legami coi clan della zona si soffermava a lungo (come la Voce ha ricordato nel numero di maggio scorso) la relazione di fuoco redatta dai commissari prefettizi inviati a Sant'Antimo dopo lo scioglimento per camorra del 1991.
Ecco i passaggi chiave. «I collegamenti di taluni degli amministratori con la malavita organizzata - clan Puca e Verde - si estrinsecano attraverso rapporti di parentela e/o cointeressi in attivita' economiche e patrimoniali». «La cointeressenza in attivita' economiche si coglie soffermandosi sugli accordi in materia di appalti fra i clan di Pasquale Puca ed il clan Verde, che operano rispettivamente attraverso le cooperative “La Paola” e “Raggio di Sole”, addivenendo in tal modo ad una spartizione dei settori dell'economia locale. Della Cooperativa “Raggio di Sole” e' socio il consigliere comunale Antimo Cesaro unitamente ai fratelli Raffaele (legale rappresentante) e Luigi». Ancora: «Lo stesso consigliere Aniello Cesaro risulta citato a comparire dalla Autorita' Giudiziaria in ordine a molteplici attivita' estorsive messe in atto da Pasquale Puca, capo dell'omonimo clan camorristico operante in Sant'Antimo e Casandrino; risulta avere in atto procedimenti per truffa, interesse privato in atti d'ufficio, omissione in atti d'ufficio e peculato». Diciannove anni dopo, di Luigi Cesaro (e del suo “gemello” politico Nicola Cosentino, sottosegretario all'Economia), parla Gaetano Vassallo, come ricorda l'Espresso in un'inchiesta di settembre 2008. E qui tornano le coincidenze. Perche' se le verbalizzazioni del pentito dovessero trovare conferma, a favorire l'attivita' imprenditoriale dei Cesaro non sarebbe stato un clan qualsiasi. Ma il gruppo di Francesco Bidognetti, alias Cicciotto ‘e mezzanotte.
IL BOOMERANG
Sto pensando di riferire in aula sul caso Letizia. Ma ci devo riflettere». 23 maggio. E' appena scoppiato il caso Mills (la condanna per corruzione dell'avvocato David Mills, che tira il ballo lo stesso premier) e siamo a poche ore da un altro storico annuncio di analogo tenore: «riferiro' alla Camera sulla vicenda Mills». Perche', allora, mentre tutti parlano di Mills, lo stesso Cavaliere torna a porre l'accento sulla storia dei suoi rapporti con Noemi Letizia e la sua famiglia? La risposta potrebbe stare tutta in una ricostruzione dei fatti che comincia a circolare a Napoli. E che trae spunto da quelle mezze frasi dette “col cuore in mano” prima dal papa' di Noemi («il mio rapporto con Berlusconi? Preferisco non approfondire, siamo legati da un segreto»), poi dalla mamma Anna Palumbo: «non chiedetecelo, non possiamo dire di piu'...». Dopo la valanga di stridenti contraddizioni abbattutasi sul resoconto che lo stesso Cavaliere aveva voluto rendere negli studi di Porta a Porta (dalla bufala del Benedetto Letizia autista di Craxi, subito sbugiardata dal figlio dell'ex leader socialista Bobo, alle secche smentite di Franco Malvano e Fulvio Martusciello che addirittura - aveva detto il premier a Bruno Vespa - gli erano stati segnalati quella sera da Letizia), ora lo staff del presidente deve mettere a punto una versione inattaccabile. E se colpisse anche i sentimenti, se saltasse fuori una storia di buona sanita', meglio. E' partita cosi' la caccia di alcuni cronisti alle notizie d'agenzia di quel maledetto 29 luglio 2001 quando l'appena diciannovenne Yuri Letizia, fratello di Noemi che in quel periodo prestava servizio militare, perse tragicamente la vita a bordo di una Fiat punto andatasi a schiantare contro gli alberi sulla Salaria. E' stato un articolo di Francesco Lo Sardo sul quotidiano Europa a gettare in campo l'ipotesi: «pare sia stato dopo questa tragica morte - scrive il 15 maggio - che, in qualche modo e per qualche speciale ragione, si sia cementato il legame tra il signor Elio Letizia e Silvio Berlusconi». La ricostruzione potrebbe essere gia' pronta: «Prima - fa sapere il premier - li lascio andare avanti, perche' cosi' si mostrano per quello che sono. E sara' un boomerang tale che si vergogneranno, e perderanno consenso e la stima degli elettori, perche' in questa vicenda tutto e' piu' che pulito».
da: http://www.lavocedellevoci.it/inchieste1.php?id=211
di ROSITA PRAGA [ 29/05/2009]
A Napoli gli investigatori della Direzione Antimafia stanno indagando sui possibili collegamenti fra Elio Benedetto Letizia, il padre dell'ormai celebre Noemi, e il ceppo che a Casal di Principe ha visto per anni egemone il clan capitanato da Armando, Giovanni e Franco Letizia, gruppo di fuoco del boss Giuseppe Setola, area Bidognetti. Tutti alleati degli Scissionisti di Secondigliano. Qui, nell'attesa di sviluppi giudiziari, proviamo a mettere in fila alcune impressionanti coincidenze, con le tessere di un puzzle che vanno al loro posto una dopo l'altra. Ed un Paese che, se le ipotesi investigative fossero confermate, si troverebbe a dover raccogliere la sfida finale.
Potrebbe suonare solo come un'omonimia, un cognome strano, uguale al nome di una donna. E che ricorre. Poi il cerchio delle coincidenze comincia a stringersi. E prende corpo l'ipotesi che Benedetto Letizia detto Elio, padre dell'aspirante starlette Noemi, lungi dall'essere mai stato autista di Craxi o militante di Forza Italia o qualsiasi altra boutade messa in circolazione, sia originario dello stesso ceppo di Casal di Principe dal quale provengono Franco e Giovanni Letizia, gruppo di fuoco del boss Giuseppe Setola. Lo stesso commando capace di sparare in fronte ed ammazzare sei extracomunitari in un colpo solo per avvertire gli altri che, se si intende trafficare droga in zona, bisogna sottostare alle “regole”. E pagare.
Ma chi e' veramente Benedetto-Elio Letizia? Da Castelvolturno all'Agro Aversano fino a Secondigliano, molti lo sanno fin dall'inizio di questa storia. Ma non parlano. Tacciono di fronte ai tanti cronisti venuti da ogni parte del mondo. Pero' a Enrico Fierro, inviato dell'Unita', qualcuno ha detto: lascia stare, su questa storia meglio non metterci le mani. Bolle, scotta. Il cinquantenne Benedetto Letizia, noto finora al Comune di Napoli (dove e' in servizio) piu' che altro per un vecchio inciampo giudiziario - fu arrestato nel ‘93 nell'ambito di un'inchiesta sulle compravendite di licenze commerciali - per tutti e' un uomo tranquillo. E anche la gazzarra di visure camerali e catastali messa su dai giornali, non ha potuto scoprire altro che modesti immobili intestati a Noemi e un paio di societa' dedite al commercio di profumi. Solo una bufala, allora, la storia della parentela? «Non dimentichiamo - dice un attento osservatore di queste dinamiche - che molto spesso i clan si servono proprio di personaggi “puliti”, o quasi, per tenere i contatti con esponenti delle istituzioni».
A gettare benzina sul fuoco, realizzando la classica “excusatio non petita”, sono poche settimane fa alcuni giornalisti del casertano. Ventiquattr'ore di fuoco, quel 19 maggio. Dopo la cattura in Spagna del boss Raffaele Amato, a Secondigliano un blitz porta in manette quasi cento persone ritenute affiliate agli Scissionisti. In nottata arriva l'arresto a San Cipriano d'Aversa del boss Franco Letizia, uno fra i cento latitanti piu' ricercati d'Italia. E siamo proprio negli stessi giorni in cui, fra gossip e cronaca, i giornali, le tv e il web sono letteralmente invasi da quel nome: Letizia. Alle 12 e 18 in punto nelle redazioni arriva un lancio Ansa. E' firmato dalla giovane corrispondente casertana Rosanna Pugliese: nessuna parentela - si legge - tra l'arrestato Franco Letizia ed il papa' di Noemi, lo affermano «gli inquirenti che operano nel casertano». Che bisogno c'era di quella perentoria smentita, a fronte di una notizia mai data? E soprattutto, perche' rifarsi ad un termine generico come “gli inquirenti”, senza precisare se si tratta della squadra mobile, della Procura (di Napoli o di Caserta?) oppure di altre forze dell'ordine? Un sito locale, Caserta Sette, non perde l'occasione per rilanciare la non-notizia. E con tono stizzito se la prende con chiunque osi pensare che esista quella parentela.
Mentre scriviamo, alla Voce risulta invece che sono in corso indagini top secret alla Procura di Napoli proprio per accertare il possibile collegamento fra i Letizia di Secondigliano (Benedetto detto Elio, ma anche altri suoi stretti congiunti) e il clan Letizia affiliato ai Casalesi. Un legame che, se fosse accertato, nella “vicenda Papi”, spiegherebbe tutto. O quasi. Qualcuno, in Campania ed oltre, sa bene da tempo cosa significa pronunciare alcuni grossi nomi. E perche', se telefona uno con quel nome, se si spinge fino a chiedere a un leader politico di mostrarsi alla nazione intera, intervenendo ad una festa di paese, lui potrebbe essere costretto ad acconsentire. Ma in ossequio alla ragion di stato sarebbe obbligato a far credere - perfino alla moglie e ai figli - che si tratti d'una storia di corna e minorenni, piuttosto che rivelare al Paese e al mondo la verita'.
Scrive Fierro sull'Unita' del 22 maggio: «La camorra, soggetto da maneggiare con cura in questa storia. Anche se i tanti set di questo reality non aiutano a tenerla a debita distanza. Secondigliano (il quartiere monstre dove i Letizia hanno alcune loro attivita'); Portici, la citta'-quartiere dove vivono Noemi e sua madre, e Casoria, il paesone della festa. In ognuno di questi luoghi i clan hanno un controllo ferreo del territorio. Sanno tutto. Di tutti». In attesa delle conclusioni alle quali giungeranno i pm della Dda, noi qui proviamo a mettere insieme le tessere del puzzle. Che cominciano a combaciare in maniera impressionante. Se risultasse provato il collegamento fra i Letizia, sarebbe allora piu' realistico immaginare quale sia stato il vero motivo di quell'appuntamento cui il premier, suo malgrado, non poteva mancare, pur avendo cercato con ogni mezzo fin dalla mattina - e poi nelle frenetiche telefonate fatte in quei misteriosi 50 minuti di sosta dentro l'aereo, a Capodichino - di sottrarsi. Alla fine va. E resta per quasi un'ora a colloquio “riservato” - dice chi c'era - con Elio Benedetto Letizia, prima di darsi in pasto ai fotografi.
. IL POTERE DI GOMORRA
Troppo forte, il potere d'intimidazione di quella holding multinazionale che, come ci ha raccontato Gomorra, comunica i suoi messaggi attraverso i simboli. L'uomo accusato di essersi portato via la donna di un boss, per esempio, viene crivellato non alla testa o al cuore, ma “mmiez ‘e palle”; quello che ha tradito gli accordi, facendo catturare uno del clan, dovra' essere “incaprettato”, legato come un capretto sul banco della macelleria, e fatto ritrovare nella posa piu' grottesca e mostruosa che si possa immaginare per un essere umano. Cosi' anche la presenza fisica di una personalita', in certi luoghi ed occasioni, vale piu' di cento rassicurazioni verbali. Magari arriva a suggello di un condizionamento che durava gia' da mesi. E del quale la bella - e quasi certamente ignara - Noemi non era che un altro “segnale”. La sua presenza al fianco del primo ministro (come nell'ormai famoso ricevimento di fine anno a Villa Madama) serviva per affermare all'esterno che il rapporto con gli uomini del napoletano e del casertano stava andando avanti.
Del resto, lo strapotere finanziario raggiunto dalle imprese dei clan camorristici - anche attraverso la presenza di loro vertici nelle logge massoniche coperte - praticamente non ha uguali. Lo ha spiegato poche settimane fa Roberto Saviano agli studenti della Normale di Pisa nel corso di una lezione: nessuna, fra le altre mafie del mondo (russa, cinese o slava che sia) e' autonoma rispetto alle cosche italiane. Tutte hanno come modello di partenza Cosa Nostra, ‘Ndrine e Camorra. Ma i gruppi esteri non si sono mai del tutto affrancati: sullo scacchiere internazionale, nei paradisi fiscali, per muovere da un capo all'altro dei contimenti denaro, armi, stupefacenti, organi ed esseri umani, devono sempre e ancora in qualche modo “dare conto” ai clan italiani.
Dal punto di vista dell'economia criminale, poi, che interi pezzi dell'Italia siano ormai ricattabili da parte dei clan camorristici, non e' una novita'. Una holding multinazionale, ma pur sempre malavitosa; forze strutturate e uomini che, pur trovandosi ormai a gestire le leve del potere finanziario (il giro di affari delle mafie, secondo uno studio recente di Confesercenti, e' pari a 125 miliardi di dollari l'anno, circa il 7% del Pil nazionale), non rinunciano ai vecchi e collaudati metodi per affermare il loro potere. Un commando di fuoco pronto a sequestrare, a sparare in faccia, tenere in ostaggio magari i figli di un alto esponente politico. Ed e' cosi' che possono maturare, per i posti chiave di governo - ad esempio la presidenza di una strategica Provincia o un sottosegretariato - le nomine di personaggi ritenuti gia' nelle lore stesse zone di origine impresentabili, per i legami con la camorra dei loro uomini piu' stretti.
MARONI ALLA CARICA
Come s'inscrive, nello scenario che stiamo ipotizzando, l'autentica impennata nella lotta ai clan camorristici impressa nelle ultime settimane da Roberto Maroni, ministro degli Interni, e da Antonio Manganelli, capo della Polizia? «Berlusconi - dice un esperto di intelligence che preferisce restare anonimo - probabilmente sara' presto lasciato al suo destino. Lo dimostra il livello di fibrillazione da cui e' stato colto dopo l'episodio di Casoria, gli errori a raffica, le dichiarazioni avventate. A reggere saldamente il timone dello Stato che non si arrende e' ora il Viminale, da cui non a caso negli ultimi mesi e' partito un pressing senza precedenti nel contrasto ai Casalesi e ai loro alleati, gli Scissionisti di Secondigliano. Operazioni che hanno liquidato quasi interamente il clan Letizia».
L'escalation nella lotta alla malavita organizzata del casertano ha inizio esattamente dopo la strage di Castelvolturno, il 19 settembre dello scorso anno, quando sei nordafricani residenti nella vasta area a rischio della Domiziana, sul litorale di Caserta, vengono massacrati in un raid di camorra teso - si capira' in seguito - a riaffermare il predominio sulla zona del boss dei Casalesi Giuseppe Setola, al cui clan sono affiliati i Letizia. Appena dieci giorni dopo, il 30 settembre, i Carabinieri del comando di Caserta arrestano gli artefici dell'eccidio. Sono Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo ed il ventottenne Giovanni Letizia, gia' ricercato per un altro omicidio collegato alla connection politica-rifiuti: quello dell'imprenditore Michele Orsi. I militari li sorprendono in due villini di villeggiatura a Quarto, sempre in zona domizia. «Secondo il pentito Oreste Spagnuolo - scrivera' Roberto Saviano - Giovanni Letizia quando uccise Michele Orsi indossava una parrucca e ai piedi aveva un paio di Hogan di tela. Poi gli venne fame e andarono a mangiare con Letizia che aveva ancora le scarpe sporche di sangue ma preferiva pulirle con la spugnetta anziche' buttarle. Quando il suo capo chiese perche' perdesse tempo a lavarle rischiando di essere beccato, Giovanni Letizia gli rispose che Orsi non valeva le sue scarpe». 14 gennaio 2009. In un edificio diroccato di Trentula Ducenta, al confine con il Lazio, finisce la latitanza del boss Giuseppe Setola. Con lui viene fermata la moglie, Stefania Martinelli. Fra il 9 e l'11 marzo la Dda partenopea mette a segno un altro colpo mortale per i Casalesi con l'arresto di altri uomini legati a Franco Letizia, cugino di Giovanni, considerato il reggente del clan. Fra loro anche il trentatreenne Vincenzo Letizia detto ‘o schizzato. 3 aprile 2009. La Mobile di Caserta arresta Armando Letizia, 56 anni. Considerato elemento di spicco del clan, Armando e' zio di Giovanni Letizia e padre del latitante Franco. Il cerchio si stringe intorno a quest'ultimo, che sara' tratto in manette il 19 maggio. Ma quella domenica 26 aprile, il giorno dell'arrivo di Berlusconi a Casoria per il compleanno di Noemi, un'altra e piu' rilevante cattura forse e' gia' nell'aria. All'alba del 29 aprile la Direzione Investigativa Antimafia di Napoli sorprende Michele Bidognetti, fratello del boss Francesco Bidognetti (detenuto al 41 bis eppure ancora in grado - secondo gli inquirenti - di impartire ordini), ma soprattutto parente del collaboratore di giustizia Domenico Bidognetti.
Un gruppo criminale strettamente collegato a quello dei Setola e, quindi, ai Letizia. «Una storia - fanno notare in ambienti giudiziari del casertano - che puzza lontano un miglio di rifiuti. Non va dimenticato che per i Bidognetti questa e' stata sempre una fra le piu' lucrose attivita'. E che molte operazioni messe a segno recentemente dalle forze dell'ordine nascono dalle rivelazioni su quel maleodorante business rese da una gola profonda del settore come Gaetano Vassallo». Senza contare, su tutto, la presenza degli imprenditori-camorristi del settore rifiuti Michele e Sergio Orsi: il primo ucciso proprio per mano del clan Letizia quando era in procinto di collaborare con la magistratura. Il secondo, arrestato nell'ambito di un'operazione anticamorra di febbraio scorso, era invece stato prosciolto nel 2007 da analoghe accuse. Al suo fianco, come penalista, c'era l'avvocato Ferdinando Letizia dello studio Stellato di Santa Maria Capua Vetere. Casertano, 35 anni, Ferdinando Letizia e' anche consigliere comunale a Castelvolturno e capogruppo della lista “Liberamente”, sul cui sito internet si esaltano le gesta del leader Silvio Berlusconi. Il colpo inferto ai trafficanti di rifiuti con l'apertura dell'inceneritore di Acerra, il timore di perdere gli appalti da milioni di euro che ruotano intorno all'affare munnezza, potrebbero insomma essere fattori non del tutto estranei al clima rovente delle ultime settimane.
IL MILAN? ALL'OLIMPIA
Ma torniamo ai segnali. A quegli avvenimenti forse solo in apparenza “curiosi” che avevano preceduto la famosa sera del 26 aprile. Quella domenica a giocare sul campo del San Paolo c'era stata l'Inter. Ma il 22 marzo a Napoli per una sfida di campionato era sbarcato il Milan. Che per la prima volta aveva abbandonato i consueti, sfavillanti hotel del lungomare partenopeo con vista sul golfo, per andare ad alloggiare in una delle piu' desolate periferie dell'hinterland: Sant'Antimo, Hotel Olimpia. Terra di inceneritori, ecoballe e Cdr. Al confine col triangolo della morte Nola-Marigliano-Acerra. Comune, Sant'Antimo, due volte sciolto per infiltrazioni camorristiche. Area infestata da sversamenti illegali di materiali tossici. E non lontana da quell'agro aversano da cui trae le sue origini il gruppo Setola-Bidognetti-Letizia.
L'Hotel Olimpia rientra nell'impero economico della famiglia Cesaro, che in zona possiede anche l'unico presidio sanitario disponibile per uno fra i territori piu' densamente popolati d'Italia, il Centro Igea, ed una serie di altre lucrose attivita'. Leader della famiglia e' Luigi Cesaro, deputato Pdl, candidato in pole position per la presidenza della Provincia di Napoli. Sui suoi pregressi legami coi clan della zona si soffermava a lungo (come la Voce ha ricordato nel numero di maggio scorso) la relazione di fuoco redatta dai commissari prefettizi inviati a Sant'Antimo dopo lo scioglimento per camorra del 1991.
Ecco i passaggi chiave. «I collegamenti di taluni degli amministratori con la malavita organizzata - clan Puca e Verde - si estrinsecano attraverso rapporti di parentela e/o cointeressi in attivita' economiche e patrimoniali». «La cointeressenza in attivita' economiche si coglie soffermandosi sugli accordi in materia di appalti fra i clan di Pasquale Puca ed il clan Verde, che operano rispettivamente attraverso le cooperative “La Paola” e “Raggio di Sole”, addivenendo in tal modo ad una spartizione dei settori dell'economia locale. Della Cooperativa “Raggio di Sole” e' socio il consigliere comunale Antimo Cesaro unitamente ai fratelli Raffaele (legale rappresentante) e Luigi». Ancora: «Lo stesso consigliere Aniello Cesaro risulta citato a comparire dalla Autorita' Giudiziaria in ordine a molteplici attivita' estorsive messe in atto da Pasquale Puca, capo dell'omonimo clan camorristico operante in Sant'Antimo e Casandrino; risulta avere in atto procedimenti per truffa, interesse privato in atti d'ufficio, omissione in atti d'ufficio e peculato». Diciannove anni dopo, di Luigi Cesaro (e del suo “gemello” politico Nicola Cosentino, sottosegretario all'Economia), parla Gaetano Vassallo, come ricorda l'Espresso in un'inchiesta di settembre 2008. E qui tornano le coincidenze. Perche' se le verbalizzazioni del pentito dovessero trovare conferma, a favorire l'attivita' imprenditoriale dei Cesaro non sarebbe stato un clan qualsiasi. Ma il gruppo di Francesco Bidognetti, alias Cicciotto ‘e mezzanotte.
IL BOOMERANG
Sto pensando di riferire in aula sul caso Letizia. Ma ci devo riflettere». 23 maggio. E' appena scoppiato il caso Mills (la condanna per corruzione dell'avvocato David Mills, che tira il ballo lo stesso premier) e siamo a poche ore da un altro storico annuncio di analogo tenore: «riferiro' alla Camera sulla vicenda Mills». Perche', allora, mentre tutti parlano di Mills, lo stesso Cavaliere torna a porre l'accento sulla storia dei suoi rapporti con Noemi Letizia e la sua famiglia? La risposta potrebbe stare tutta in una ricostruzione dei fatti che comincia a circolare a Napoli. E che trae spunto da quelle mezze frasi dette “col cuore in mano” prima dal papa' di Noemi («il mio rapporto con Berlusconi? Preferisco non approfondire, siamo legati da un segreto»), poi dalla mamma Anna Palumbo: «non chiedetecelo, non possiamo dire di piu'...». Dopo la valanga di stridenti contraddizioni abbattutasi sul resoconto che lo stesso Cavaliere aveva voluto rendere negli studi di Porta a Porta (dalla bufala del Benedetto Letizia autista di Craxi, subito sbugiardata dal figlio dell'ex leader socialista Bobo, alle secche smentite di Franco Malvano e Fulvio Martusciello che addirittura - aveva detto il premier a Bruno Vespa - gli erano stati segnalati quella sera da Letizia), ora lo staff del presidente deve mettere a punto una versione inattaccabile. E se colpisse anche i sentimenti, se saltasse fuori una storia di buona sanita', meglio. E' partita cosi' la caccia di alcuni cronisti alle notizie d'agenzia di quel maledetto 29 luglio 2001 quando l'appena diciannovenne Yuri Letizia, fratello di Noemi che in quel periodo prestava servizio militare, perse tragicamente la vita a bordo di una Fiat punto andatasi a schiantare contro gli alberi sulla Salaria. E' stato un articolo di Francesco Lo Sardo sul quotidiano Europa a gettare in campo l'ipotesi: «pare sia stato dopo questa tragica morte - scrive il 15 maggio - che, in qualche modo e per qualche speciale ragione, si sia cementato il legame tra il signor Elio Letizia e Silvio Berlusconi». La ricostruzione potrebbe essere gia' pronta: «Prima - fa sapere il premier - li lascio andare avanti, perche' cosi' si mostrano per quello che sono. E sara' un boomerang tale che si vergogneranno, e perderanno consenso e la stima degli elettori, perche' in questa vicenda tutto e' piu' che pulito».
da: http://www.lavocedellevoci.it/inchieste1.php?id=211
Il coraggio e la morale di Enrico Berlinguer
Il coraggio di Berlinguer. di Paul Ginsborg
Sapeva come difendere la democrazia, ma non aveva un’idea convincente per farla crescere.
Paul Ginsborg ricorda il leader del Pci
Nel 1994, a dieci anni dalla sua morte, scrissi che nella storia della repubblica a Berlinguer spettava il ruolo del “leader politico che fece di più per salvare l’Italia e la sua democrazia in un periodo di grande travaglio” (Dialogo con Massimo D’Alema, Giunti). Oggi non posso che confermare quel giudizio. Per capire perché, bisogna tornare per un momento dentro la grande crisi della prima parte degli anni settanta.
La storia della repubblica è tragicamente segnata a intervalli regolari da crisi di ogni tipo: politiche, economiche, sociali e culturali. La crisi degli anni settanta fu certamente la più drammatica, e combinava più elementi. Il primo, quello economico, raggiunse il suo culmine nel 1974-1975: la crisi petrolifera aveva colpito l’Italia in modo particolarmente duro, la bilancia dei pagamenti era sempre più in rosso, le aziende più importanti erano fortemente indebitate, l’inflazione cresceva vertiginosamente. Nel 1975 l’inflazione era al 17 per cento, mentre il prodotto nazionale lordo registrava il risultato peggiore dalla fine della guerra: -3,50 per cento, cifra che quasi sicuramente sarà superata dai dati del 2009.
Allo stesso tempo l’Italia diventò uno dei principali teatri di un conflitto internazionale che abbracciava l’intero bacino del Mediterraneo. A est della penisola incombeva il nuovo modello di autoritarismo dei colonnelli greci. A ovest, la penisola iberica era scossa dalla rivoluzione portoghese del 1974-1975 e dalle incerte prospettive che si erano aperte in Spagna dopo la morte di Franco. Il Medio Oriente era in fiamme, la Turchia in mezzo a una guerra civile non dichiarata. Non a caso l’Economist definì il Mediterraneo come il “ventre molle della Nato”.
In Italia questo fu il momento storico delle grandi trame e della grande ondata del terrorismo. Posso solo accennare a questi eventi drammatici, ma per fortuna non tutti gli elementi della crisi coincidevano o convergevano nello stesso momento. Se così fosse stato, quasi sicuramente la democrazia repubblicana non sarebbe sopravvissuta. Nei primi anni settanta troviamo la variegata offensiva della strategia della tensione: le mosse di un ambasciatore americano irresponsabile, Graham Martin, e un capo dei servizi segreti, Vito Miceli, con “tendenze sospette”; la versione italiana particolarmente feroce della stagflazione nel 1974-1975; dal 1973 la crescita del terrorismo di estrema sinistra; alla fine del decennio la loggia P2.
Compromesso storico
I pericoli per la democrazia italiana, quindi, erano reali, e la risposta di Berlinguer – la difesa a oltranza delle istituzioni repubblicane, la creazione di una vasta alleanza democratica nel parlamento e nel paese, il compromesso storico, la netta scelta di campo internazionale per il suo partito (“mi sento più sicuro stando di qua”) – fu all’altezza della situazione.
Dopo il 1945 ogni leader comunista dell’occidente doveva conciliare interessi e lealtà diverse: di partito, di classe, di collocazione internazionale, di nazione. Nella situazione surriscaldata italiana degli anni settanta e sulla scia degli avvenimenti cileni, Berlinguer non esitò. “L’unità del popolo per salvare l’Italia” è il significativo titolo del lungo discorso con cui aprì il quattordicesimo congresso del Pci nel marzo del 1975. E in un discorso parlamentare del luglio 1977 osservò: “Eccezionale è stata la tenuta del paese di fronte alle prove tremende di questi ultimi anni di crisi economica e sociale, di trame antidemocratiche, di crociate integralistiche e di deflagrazione del terrorismo”.
Bisogna notare che questa grande sensibilità ai pericoli dell’epoca e ai possibili esiti catastrofici combaciava fortemente con la personalità di Berlinguer, non cupa ma certamente gravata dal peso della storia. Ma la sua sintonia con il momento, quelle sue antenne così sensibili ai rischi, avevano anche un rovescio della medaglia. Si può dire che Berlinguer avesse una visione lungimirante di come difendere la democrazia italiana, ma non un’idea così convincente di come farla crescere.
Gli anni dopo il 1976 dovevano essere, per usare le sue parole, un periodo di “profondo cambiamento nelle strutture politiche, economiche e sociali”. In realtà furono una continua richiesta di sacrifici, senza le contropartite necessarie per sostenere quella grande ondata di speranza e di richiesta di cambiamento che veniva dal voto del 1976. Ci furono certamente delle riforme in quegli anni, e almeno una fu importantissima, quella che istituiva il servizio sanitario nazionale nel 1978. Il Pci entrava nell’area di governo, ma invece di introdurre nuove e democratiche forme di gestione del potere sembrava adottare le abitudini degli altri partiti.
Ancora nel 1978 Norberto Bobbio notava “un potere ascendente” nella società italiana, il prodotto di anni di mobilitazione di massa nelle fabbriche, nelle scuole, nei quartieri. Ma questo “potere ascendente” non trovava gli esiti politici sperati. C’era il bisogno di difendere la democrazia e allo stesso tempo di innovare, di essere – nelle parole di un appunto di Antonio Tatò a Berlinguer del febbraio 1978 – “conservatori e rivoluzionari”.
L’austerità
Questa considerazione mi porta a una seconda questione: l’austerità, una “occasione per trasformare l’Italia”, come recita il titolo di un suo famoso scritto pubblicato dagli Editori Riuniti nel 1977. Tra le voci internazionali che negli anni settanta criticarono il modello di modernità capitalistica, una delle più alte e intelligenti fu quella di Berlinguer. Nelle sue conclusioni al convegno degli intellettuali del 15 gennaio 1977, Berlinguer sostenne la necessità di abbandonare “l’illusione che sia possibile perpetuare un tipo di sviluppo fondato su quella artificiosa espansione dei consumi individuali che è fonte di sprechi, di parassitismi, di privilegi, di dissipazione delle risorse, di dissesto finanziario”.
Nel 1983, al sedicesimo congresso del Pci, in un discorso che per molti aspetti rappresentò il suo testamento morale e politico, tornò sui temi dello spreco, del consumo e del declino: “La società capitalistica contemporanea ha prodotto e produce sempre più un inaridimento dell’uomo… una spinta esasperata al consumismo individuale, alla avidità di denaro, di successo, di potere, considerati il fine primo dell’esistenza umana”.
Di fronte a queste tendenze Berlinguer propose una nuova austerità, concepita non in termini di un angusto puritanesimo, ma come l’accettazione generale del bisogno di invertire le principali tendenze della società moderna, eliminando le distorsioni più vistose. L’austerità era “rigore, efficienza, severità”, ma mirava a creare “una società più giusta, meno diseguale, relativamente più libera, più democratica, più umana”. E doveva farlo non solo all’interno delle società capitalistiche avanzate, ma nei rapporti tra nord e sud del mondo. Come nel caso della sua difesa della democrazia, così nelle sue riflessioni sui consumi e sugli sprechi è difficile non apprezzare le posizioni di Berlinguer, il loro peso anticipatorio, il loro senso di giustizia.
Sul degrado pubblico il leader comunista giocava in casa: aveva uno spiccato senso del pubblico e della necessità di cambiarne radicalmente il volto, di contestare il degrado e l’inefficienza della pubblica amministrazione, la corruzione endemica della vita pubblica italiana, il ruolo spesso negativo dei partiti. Essendo comunista, Berlinguer aveva anche un’idea forte dell’importanza dei servizi pubblici: gli asili nidi, le scuole e (guarda caso) il servizio sanitario nazionale, così fortemente voluto da lui e da suo fratello Giovanni.
In questo campo i loro discorsi dell’epoca risuonano forti e chiari ancora oggi. La stessa cosa si può dire per i rapporti tra nord e sud del mondo. Berlinguer dimostrava una sensibilità forte verso quei “due terzi del mondo, che non tollerano più di vivere in condizioni di fame, di miseria, di inferiorità rispetto ai popoli e ai paesi che hanno finora dominato la vita mondiale”.
Ma l’austerità era anche una critica incessante ai consumi privati, e qui Berlinguer si trovava su un terreno molto più insidioso. I comunisti italiani avevano sempre dedicato molta attenzione al mondo della produzione, ma molto meno a quello del consumo. La critica di Berlinguer resta generica, manca una prima tipologia dei consumi privati, una vera capacità di operare distinzioni nel mondo della cultura materiale e immateriale.
Questa lacuna ha molto a che fare con l’analisi berlingueriana della crisi di cui ho parlato prima. Un’analisi spesso catastrofica, che lasciava poco spazio a una dialettica più sfumata. I consumi privati moderni avevano certamente forti elementi di futilità. Ma avevano anche elementi liberatori che non andavano sottovalutati in nessun modo: le possibilità di ampliare le scelte individuali, di viaggiare, di comunicare, di rispondere ai desideri in quel campo che il sociologo Colin Campbell ha definito “edonismo immaginativo autonomo”.
Tutto questo non corrisponde al concetto di “austerità”, e non a caso la proposta di Berlinguer ha avuto vita breve. La sua intuizione era giusta, ma la parola “austerità” non era quella adatta e la condanna dei consumi individuali troppo indiscriminata. Nel mondo contemporaneo l’individualismo non si traduce automaticamente in egoismo e atomizzazione. Il consumismo moderno non è solo inaridimento dell’uomo. è soprattutto una ricerca di identità in un mondo insicuro e di nuovo in crisi. Il massimo tributo che possiamo offrire a Berlinguer è cercare di andare oltre il punto in cui fu costretto a passare il testimone, e soddisfare pienamente questo bisogno di identità, che si basa senz’altro sull’individuo, ma in un nuovo contesto collettivo che dobbiamo ancora costruire insieme.
Paul Ginsborg è uno storico britannico. Insegna storia dell’Europa contemporanea all’università degli studi di Firenze. Il suo ultimo libro è La democrazia che non c’è (Einaudi 2006).
Questo articolo è il testo del discorso tenuto alla camera dei deputati durante la commemorazione di Enrico Berlinguer, organizzata dal Partito democratico il 21 maggio 2009.
[Fonte Internazionale]
La questione morale. Ieri e oggi
di Eugenio Scalfari
«I partiti non fanno più politica», dice Enrico Berlinguer.
«I partiti hanno degenerato e questa è l'origine dei malanni d'Italia».
La passione è finita?
Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss". La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora...
Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana.
È quello che io penso.
Per quale motivo?
I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c'è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le "operazioni" che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell'interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un'autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un'attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.
Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle.
E secondo lei non corrisponde alla situazione?
Debbo riconoscere, signor Segretario, che in gran parte è un quadro realistico. Ma vorrei chiederle: se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del paese da un pezzo.
La domanda è complessa. Mi consentirà di risponderle ordinatamente. Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel '74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell'81 per l'aborto, gli italiani hanno fornito l'immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane.
Veniamo all'altra mia domanda, se permette, signor Segretario: dovreste aver vinto da un pezzo, se le cose stanno come lei descrive.
In un certo senso, al contrario, può apparire persino straordinario che un partito come il nostro, che va così decisamente contro l'andazzo corrente, conservi tanti consensi e persino li accresca. Ma io credo di sapere a che cosa lei pensa: poiché noi dichiariamo di essere un partito "diverso" dagli altri, lei pensa che gli italiani abbiano timore di questa diversità.
Sì, è così, penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d'infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra diversità? C'è da averne paura?
Qualcuno, sì, ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda, elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all'equivoco. Dunque: primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l'operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Le sembra che debba incutere tanta paura agli italiani?
Veniamo alla seconda diversità.
Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata.
Onorevole Berlinguer, queste cose le dicono tutti.
Già, ma nessuno dei partiti governativi le fa. Noi comunisti abbiamo sessant'anni di storia alle spalle e abbiamo dimostrato di perseguirle e di farle sul serio. In galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con onestà, ci siamo stati noi.
Non voi soltanto.
È vero, ma noi soprattutto. E passiamo al terzo punto di diversità. Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell'economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l'iniziativa individuale sia insostituibile, che l'impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche -e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla DC- non funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell'attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione. È un delitto avere queste idee?
Non trovo grandi differenze rispetto a quanto può pensare un convinto socialdemocratico europeo. Però a lei sembra un'offesa essere paragonato ad un socialdemocratico.
Bè, una differenza sostanziale esiste. La socialdemocrazia (parlo di quella seria, s'intende) si è sempre molto preoccupata degli operai, dei lavoratori sindacalmente organizzati e poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora che si sono esauriti gli antichi margini di uno sviluppo capitalistico che consentivano una politica socialdemocratica, ora che i problemi che io prima ricordavo sono scoppiati in tutto l'occidente capitalistico, vi sono segni di crisi anche nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese, proprio perché i partiti socialdemocratici si trovano di fronte a realtà per essi finora ignote o da essi ignorate.
Dunque, siete un partito socialista serio...
...nel senso che vogliamo costruire sul serio il socialismo...
Le dispiace, la preoccupa che il PSI lanci segnali verso strati borghesi della società?
No, non mi preoccupa. Ceti medi, borghesia produttiva sono strati importanti del paese e i loro interessi politici ed economici, quando sono legittimi, devono essere adeguatamente difesi e rappresentati. Anche noi lo facciamo. Se questi gruppi sociali trasferiscono una parte dei loro voti verso i partiti laici e verso il PSI, abbandonando la tradizionale tutela democristiana, non c'è che da esserne soddisfatti: ma a una condizione. La condizione è che, con questi nuovi voti, il PSI e i partiti laici dimostrino di saper fare una politica e di attuare un programma che davvero siano di effettivo e profondo mutamento rispetto al passato e rispetto al presente. Se invece si trattasse di un semplice trasferimento di clientele per consolidare, sotto nuove etichette, i vecchi e attuali rapporti tra partiti e Stato, partiti e governo, partiti e società, con i deleteri modi di governare e di amministrare che ne conseguono, allora non vedo di che cosa dovremmo dirci soddisfatti noi e il paese.
Secondo lei, quel mutamento di metodi e di politica c'è o no?
Francamente, no. Lei forse lo vede? La gente se ne accorge? Vada in giro per la Sicilia, ad esempio: vedrà che in gran parte c'è stato un trasferimento di clientele. Non voglio affermare che sempre e dovunque sia così. Ma affermo che socialisti e socialdemocratici non hanno finora dato alcun segno di voler iniziare quella riforma del rapporto tra partiti e istituzioni -che poi non è altro che un corretto ripristino del dettato costituzionale- senza la quale non può cominciare alcun rinnovamento e senza la quale la questione morale resterà del tutto insoluta.
Lei ha detto varie volte che la questione morale oggi è al centro della questione italiana. Perché?
La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell'Italia d'oggi, fa tutt'uno con l'occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt'uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono provare d'essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. [...] Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.
Signor Segretario, in tutto il mondo occidentale si è d'accordo sul fatto che il nemico principale da battere in questo momento sia l'inflazione, e difatti le politiche economiche di tutti i paesi industrializzati puntano a realizzare quell'obiettivo. È anche lei del medesimo parere?
Risponderò nello stesso modo di Mitterand: il principale malanno delle società occidentali è la disoccupazione. I due mali non vanno visti separatamente. L'inflazione è -se vogliamo- l'altro rovescio della medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro l'una e contro l'altra. Guai a dissociare questa battaglia, guai a pensare, per esempio, che pur di domare l'inflazione si debba pagare il prezzo d'una recessione massiccia e d'una disoccupazione, come già in larga misura sta avvenendo. Ci ritroveremmo tutti in mezzo ad una catastrofe sociale di proporzioni impensabili.
consumismo individuale esasperato produce non solo dissipazione di ricchezza, ma anche insoddisfazione, smarrimento, infelicità.
Il PCI, agli inizi del 1977, lanciò la linea dell' "austerità". Non mi pare che il suo appello sia stato accolto con favore dalla classe operaia, dai lavoratori, dagli stessi militanti del partito...
Noi sostenemmo che le storture produttive e, comunque, la situazione economica dei paesi industrializzati -di fronte all'aggravamento del divario, al loro interno, tra zone sviluppate e zone arretrate, e di fronte al risveglio e all'avanzata dei popoli dei paesi ex-coloniali e della loro indipendenza- non consentiva più di assicurare uno sviluppo economico e sociale conservando la "civiltà dei consumi", con tutti i guasti, anche morali, che sono intrinseci ad essa. La diffusione della droga, per esempio, tra i giovani è uno dei segni più gravi di tutto ciò e nessuno se ne dà realmente carico. Ma dicevamo dell'austerità. Fummo i soli a sottolineare la necessità di combattere gli sprechi, accrescere il risparmio, contenere i consumi privati superflui, rallentare la dinamica perversa della spesa pubblica, formare nuove risorse e nuove fonti di lavoro. Dicemmo che anche i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di raddrizzamento dell'economia, ma che l'insieme dei sacrifici doveva essere fatto applicando un principio di rigorosa equità e che avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di dare l'avvio ad un diverso tipo di sviluppo e a diversi modi di vita (più parsimoniosi, ma anche più umani). Questo fu il nostro modo di porre il problema dell'austerità e della contemporanea lotta all'inflazione e alla recessione, cioè alla disoccupazione. Precisammo e sviluppammo queste posizioni al nostro XV Congresso del marzo 1979: non fummo ascoltati.
E il costo del lavoro? Le sembra un tema da dimenticare?
Il costo del lavoro va anch'esso affrontato e, nel complesso, contenuto, operando soprattutto sul fronte dell'aumento della produttività. Voglio dirle però con tutta franchezza che quando si chiedono sacrifici al paese e si comincia con il chiederli -come al solito- ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l'operazione non può riuscire. . .
«La Repubblica» 28 luglio 1981
Sapeva come difendere la democrazia, ma non aveva un’idea convincente per farla crescere.
Paul Ginsborg ricorda il leader del Pci
Nel 1994, a dieci anni dalla sua morte, scrissi che nella storia della repubblica a Berlinguer spettava il ruolo del “leader politico che fece di più per salvare l’Italia e la sua democrazia in un periodo di grande travaglio” (Dialogo con Massimo D’Alema, Giunti). Oggi non posso che confermare quel giudizio. Per capire perché, bisogna tornare per un momento dentro la grande crisi della prima parte degli anni settanta.
La storia della repubblica è tragicamente segnata a intervalli regolari da crisi di ogni tipo: politiche, economiche, sociali e culturali. La crisi degli anni settanta fu certamente la più drammatica, e combinava più elementi. Il primo, quello economico, raggiunse il suo culmine nel 1974-1975: la crisi petrolifera aveva colpito l’Italia in modo particolarmente duro, la bilancia dei pagamenti era sempre più in rosso, le aziende più importanti erano fortemente indebitate, l’inflazione cresceva vertiginosamente. Nel 1975 l’inflazione era al 17 per cento, mentre il prodotto nazionale lordo registrava il risultato peggiore dalla fine della guerra: -3,50 per cento, cifra che quasi sicuramente sarà superata dai dati del 2009.
Allo stesso tempo l’Italia diventò uno dei principali teatri di un conflitto internazionale che abbracciava l’intero bacino del Mediterraneo. A est della penisola incombeva il nuovo modello di autoritarismo dei colonnelli greci. A ovest, la penisola iberica era scossa dalla rivoluzione portoghese del 1974-1975 e dalle incerte prospettive che si erano aperte in Spagna dopo la morte di Franco. Il Medio Oriente era in fiamme, la Turchia in mezzo a una guerra civile non dichiarata. Non a caso l’Economist definì il Mediterraneo come il “ventre molle della Nato”.
In Italia questo fu il momento storico delle grandi trame e della grande ondata del terrorismo. Posso solo accennare a questi eventi drammatici, ma per fortuna non tutti gli elementi della crisi coincidevano o convergevano nello stesso momento. Se così fosse stato, quasi sicuramente la democrazia repubblicana non sarebbe sopravvissuta. Nei primi anni settanta troviamo la variegata offensiva della strategia della tensione: le mosse di un ambasciatore americano irresponsabile, Graham Martin, e un capo dei servizi segreti, Vito Miceli, con “tendenze sospette”; la versione italiana particolarmente feroce della stagflazione nel 1974-1975; dal 1973 la crescita del terrorismo di estrema sinistra; alla fine del decennio la loggia P2.
Compromesso storico
I pericoli per la democrazia italiana, quindi, erano reali, e la risposta di Berlinguer – la difesa a oltranza delle istituzioni repubblicane, la creazione di una vasta alleanza democratica nel parlamento e nel paese, il compromesso storico, la netta scelta di campo internazionale per il suo partito (“mi sento più sicuro stando di qua”) – fu all’altezza della situazione.
Dopo il 1945 ogni leader comunista dell’occidente doveva conciliare interessi e lealtà diverse: di partito, di classe, di collocazione internazionale, di nazione. Nella situazione surriscaldata italiana degli anni settanta e sulla scia degli avvenimenti cileni, Berlinguer non esitò. “L’unità del popolo per salvare l’Italia” è il significativo titolo del lungo discorso con cui aprì il quattordicesimo congresso del Pci nel marzo del 1975. E in un discorso parlamentare del luglio 1977 osservò: “Eccezionale è stata la tenuta del paese di fronte alle prove tremende di questi ultimi anni di crisi economica e sociale, di trame antidemocratiche, di crociate integralistiche e di deflagrazione del terrorismo”.
Bisogna notare che questa grande sensibilità ai pericoli dell’epoca e ai possibili esiti catastrofici combaciava fortemente con la personalità di Berlinguer, non cupa ma certamente gravata dal peso della storia. Ma la sua sintonia con il momento, quelle sue antenne così sensibili ai rischi, avevano anche un rovescio della medaglia. Si può dire che Berlinguer avesse una visione lungimirante di come difendere la democrazia italiana, ma non un’idea così convincente di come farla crescere.
Gli anni dopo il 1976 dovevano essere, per usare le sue parole, un periodo di “profondo cambiamento nelle strutture politiche, economiche e sociali”. In realtà furono una continua richiesta di sacrifici, senza le contropartite necessarie per sostenere quella grande ondata di speranza e di richiesta di cambiamento che veniva dal voto del 1976. Ci furono certamente delle riforme in quegli anni, e almeno una fu importantissima, quella che istituiva il servizio sanitario nazionale nel 1978. Il Pci entrava nell’area di governo, ma invece di introdurre nuove e democratiche forme di gestione del potere sembrava adottare le abitudini degli altri partiti.
Ancora nel 1978 Norberto Bobbio notava “un potere ascendente” nella società italiana, il prodotto di anni di mobilitazione di massa nelle fabbriche, nelle scuole, nei quartieri. Ma questo “potere ascendente” non trovava gli esiti politici sperati. C’era il bisogno di difendere la democrazia e allo stesso tempo di innovare, di essere – nelle parole di un appunto di Antonio Tatò a Berlinguer del febbraio 1978 – “conservatori e rivoluzionari”.
L’austerità
Questa considerazione mi porta a una seconda questione: l’austerità, una “occasione per trasformare l’Italia”, come recita il titolo di un suo famoso scritto pubblicato dagli Editori Riuniti nel 1977. Tra le voci internazionali che negli anni settanta criticarono il modello di modernità capitalistica, una delle più alte e intelligenti fu quella di Berlinguer. Nelle sue conclusioni al convegno degli intellettuali del 15 gennaio 1977, Berlinguer sostenne la necessità di abbandonare “l’illusione che sia possibile perpetuare un tipo di sviluppo fondato su quella artificiosa espansione dei consumi individuali che è fonte di sprechi, di parassitismi, di privilegi, di dissipazione delle risorse, di dissesto finanziario”.
Nel 1983, al sedicesimo congresso del Pci, in un discorso che per molti aspetti rappresentò il suo testamento morale e politico, tornò sui temi dello spreco, del consumo e del declino: “La società capitalistica contemporanea ha prodotto e produce sempre più un inaridimento dell’uomo… una spinta esasperata al consumismo individuale, alla avidità di denaro, di successo, di potere, considerati il fine primo dell’esistenza umana”.
Di fronte a queste tendenze Berlinguer propose una nuova austerità, concepita non in termini di un angusto puritanesimo, ma come l’accettazione generale del bisogno di invertire le principali tendenze della società moderna, eliminando le distorsioni più vistose. L’austerità era “rigore, efficienza, severità”, ma mirava a creare “una società più giusta, meno diseguale, relativamente più libera, più democratica, più umana”. E doveva farlo non solo all’interno delle società capitalistiche avanzate, ma nei rapporti tra nord e sud del mondo. Come nel caso della sua difesa della democrazia, così nelle sue riflessioni sui consumi e sugli sprechi è difficile non apprezzare le posizioni di Berlinguer, il loro peso anticipatorio, il loro senso di giustizia.
Sul degrado pubblico il leader comunista giocava in casa: aveva uno spiccato senso del pubblico e della necessità di cambiarne radicalmente il volto, di contestare il degrado e l’inefficienza della pubblica amministrazione, la corruzione endemica della vita pubblica italiana, il ruolo spesso negativo dei partiti. Essendo comunista, Berlinguer aveva anche un’idea forte dell’importanza dei servizi pubblici: gli asili nidi, le scuole e (guarda caso) il servizio sanitario nazionale, così fortemente voluto da lui e da suo fratello Giovanni.
In questo campo i loro discorsi dell’epoca risuonano forti e chiari ancora oggi. La stessa cosa si può dire per i rapporti tra nord e sud del mondo. Berlinguer dimostrava una sensibilità forte verso quei “due terzi del mondo, che non tollerano più di vivere in condizioni di fame, di miseria, di inferiorità rispetto ai popoli e ai paesi che hanno finora dominato la vita mondiale”.
Ma l’austerità era anche una critica incessante ai consumi privati, e qui Berlinguer si trovava su un terreno molto più insidioso. I comunisti italiani avevano sempre dedicato molta attenzione al mondo della produzione, ma molto meno a quello del consumo. La critica di Berlinguer resta generica, manca una prima tipologia dei consumi privati, una vera capacità di operare distinzioni nel mondo della cultura materiale e immateriale.
Questa lacuna ha molto a che fare con l’analisi berlingueriana della crisi di cui ho parlato prima. Un’analisi spesso catastrofica, che lasciava poco spazio a una dialettica più sfumata. I consumi privati moderni avevano certamente forti elementi di futilità. Ma avevano anche elementi liberatori che non andavano sottovalutati in nessun modo: le possibilità di ampliare le scelte individuali, di viaggiare, di comunicare, di rispondere ai desideri in quel campo che il sociologo Colin Campbell ha definito “edonismo immaginativo autonomo”.
Tutto questo non corrisponde al concetto di “austerità”, e non a caso la proposta di Berlinguer ha avuto vita breve. La sua intuizione era giusta, ma la parola “austerità” non era quella adatta e la condanna dei consumi individuali troppo indiscriminata. Nel mondo contemporaneo l’individualismo non si traduce automaticamente in egoismo e atomizzazione. Il consumismo moderno non è solo inaridimento dell’uomo. è soprattutto una ricerca di identità in un mondo insicuro e di nuovo in crisi. Il massimo tributo che possiamo offrire a Berlinguer è cercare di andare oltre il punto in cui fu costretto a passare il testimone, e soddisfare pienamente questo bisogno di identità, che si basa senz’altro sull’individuo, ma in un nuovo contesto collettivo che dobbiamo ancora costruire insieme.
Paul Ginsborg è uno storico britannico. Insegna storia dell’Europa contemporanea all’università degli studi di Firenze. Il suo ultimo libro è La democrazia che non c’è (Einaudi 2006).
Questo articolo è il testo del discorso tenuto alla camera dei deputati durante la commemorazione di Enrico Berlinguer, organizzata dal Partito democratico il 21 maggio 2009.
[Fonte Internazionale]
La questione morale. Ieri e oggi
di Eugenio Scalfari
«I partiti non fanno più politica», dice Enrico Berlinguer.
«I partiti hanno degenerato e questa è l'origine dei malanni d'Italia».
La passione è finita?
Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss". La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora...
Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana.
È quello che io penso.
Per quale motivo?
I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c'è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le "operazioni" che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell'interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un'autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un'attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.
Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle.
E secondo lei non corrisponde alla situazione?
Debbo riconoscere, signor Segretario, che in gran parte è un quadro realistico. Ma vorrei chiederle: se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del paese da un pezzo.
La domanda è complessa. Mi consentirà di risponderle ordinatamente. Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel '74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell'81 per l'aborto, gli italiani hanno fornito l'immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane.
Veniamo all'altra mia domanda, se permette, signor Segretario: dovreste aver vinto da un pezzo, se le cose stanno come lei descrive.
In un certo senso, al contrario, può apparire persino straordinario che un partito come il nostro, che va così decisamente contro l'andazzo corrente, conservi tanti consensi e persino li accresca. Ma io credo di sapere a che cosa lei pensa: poiché noi dichiariamo di essere un partito "diverso" dagli altri, lei pensa che gli italiani abbiano timore di questa diversità.
Sì, è così, penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d'infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra diversità? C'è da averne paura?
Qualcuno, sì, ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda, elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all'equivoco. Dunque: primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l'operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Le sembra che debba incutere tanta paura agli italiani?
Veniamo alla seconda diversità.
Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata.
Onorevole Berlinguer, queste cose le dicono tutti.
Già, ma nessuno dei partiti governativi le fa. Noi comunisti abbiamo sessant'anni di storia alle spalle e abbiamo dimostrato di perseguirle e di farle sul serio. In galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con onestà, ci siamo stati noi.
Non voi soltanto.
È vero, ma noi soprattutto. E passiamo al terzo punto di diversità. Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell'economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l'iniziativa individuale sia insostituibile, che l'impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche -e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla DC- non funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell'attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione. È un delitto avere queste idee?
Non trovo grandi differenze rispetto a quanto può pensare un convinto socialdemocratico europeo. Però a lei sembra un'offesa essere paragonato ad un socialdemocratico.
Bè, una differenza sostanziale esiste. La socialdemocrazia (parlo di quella seria, s'intende) si è sempre molto preoccupata degli operai, dei lavoratori sindacalmente organizzati e poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora che si sono esauriti gli antichi margini di uno sviluppo capitalistico che consentivano una politica socialdemocratica, ora che i problemi che io prima ricordavo sono scoppiati in tutto l'occidente capitalistico, vi sono segni di crisi anche nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese, proprio perché i partiti socialdemocratici si trovano di fronte a realtà per essi finora ignote o da essi ignorate.
Dunque, siete un partito socialista serio...
...nel senso che vogliamo costruire sul serio il socialismo...
Le dispiace, la preoccupa che il PSI lanci segnali verso strati borghesi della società?
No, non mi preoccupa. Ceti medi, borghesia produttiva sono strati importanti del paese e i loro interessi politici ed economici, quando sono legittimi, devono essere adeguatamente difesi e rappresentati. Anche noi lo facciamo. Se questi gruppi sociali trasferiscono una parte dei loro voti verso i partiti laici e verso il PSI, abbandonando la tradizionale tutela democristiana, non c'è che da esserne soddisfatti: ma a una condizione. La condizione è che, con questi nuovi voti, il PSI e i partiti laici dimostrino di saper fare una politica e di attuare un programma che davvero siano di effettivo e profondo mutamento rispetto al passato e rispetto al presente. Se invece si trattasse di un semplice trasferimento di clientele per consolidare, sotto nuove etichette, i vecchi e attuali rapporti tra partiti e Stato, partiti e governo, partiti e società, con i deleteri modi di governare e di amministrare che ne conseguono, allora non vedo di che cosa dovremmo dirci soddisfatti noi e il paese.
Secondo lei, quel mutamento di metodi e di politica c'è o no?
Francamente, no. Lei forse lo vede? La gente se ne accorge? Vada in giro per la Sicilia, ad esempio: vedrà che in gran parte c'è stato un trasferimento di clientele. Non voglio affermare che sempre e dovunque sia così. Ma affermo che socialisti e socialdemocratici non hanno finora dato alcun segno di voler iniziare quella riforma del rapporto tra partiti e istituzioni -che poi non è altro che un corretto ripristino del dettato costituzionale- senza la quale non può cominciare alcun rinnovamento e senza la quale la questione morale resterà del tutto insoluta.
Lei ha detto varie volte che la questione morale oggi è al centro della questione italiana. Perché?
La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell'Italia d'oggi, fa tutt'uno con l'occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt'uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono provare d'essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. [...] Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.
Signor Segretario, in tutto il mondo occidentale si è d'accordo sul fatto che il nemico principale da battere in questo momento sia l'inflazione, e difatti le politiche economiche di tutti i paesi industrializzati puntano a realizzare quell'obiettivo. È anche lei del medesimo parere?
Risponderò nello stesso modo di Mitterand: il principale malanno delle società occidentali è la disoccupazione. I due mali non vanno visti separatamente. L'inflazione è -se vogliamo- l'altro rovescio della medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro l'una e contro l'altra. Guai a dissociare questa battaglia, guai a pensare, per esempio, che pur di domare l'inflazione si debba pagare il prezzo d'una recessione massiccia e d'una disoccupazione, come già in larga misura sta avvenendo. Ci ritroveremmo tutti in mezzo ad una catastrofe sociale di proporzioni impensabili.
consumismo individuale esasperato produce non solo dissipazione di ricchezza, ma anche insoddisfazione, smarrimento, infelicità.
Il PCI, agli inizi del 1977, lanciò la linea dell' "austerità". Non mi pare che il suo appello sia stato accolto con favore dalla classe operaia, dai lavoratori, dagli stessi militanti del partito...
Noi sostenemmo che le storture produttive e, comunque, la situazione economica dei paesi industrializzati -di fronte all'aggravamento del divario, al loro interno, tra zone sviluppate e zone arretrate, e di fronte al risveglio e all'avanzata dei popoli dei paesi ex-coloniali e della loro indipendenza- non consentiva più di assicurare uno sviluppo economico e sociale conservando la "civiltà dei consumi", con tutti i guasti, anche morali, che sono intrinseci ad essa. La diffusione della droga, per esempio, tra i giovani è uno dei segni più gravi di tutto ciò e nessuno se ne dà realmente carico. Ma dicevamo dell'austerità. Fummo i soli a sottolineare la necessità di combattere gli sprechi, accrescere il risparmio, contenere i consumi privati superflui, rallentare la dinamica perversa della spesa pubblica, formare nuove risorse e nuove fonti di lavoro. Dicemmo che anche i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di raddrizzamento dell'economia, ma che l'insieme dei sacrifici doveva essere fatto applicando un principio di rigorosa equità e che avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di dare l'avvio ad un diverso tipo di sviluppo e a diversi modi di vita (più parsimoniosi, ma anche più umani). Questo fu il nostro modo di porre il problema dell'austerità e della contemporanea lotta all'inflazione e alla recessione, cioè alla disoccupazione. Precisammo e sviluppammo queste posizioni al nostro XV Congresso del marzo 1979: non fummo ascoltati.
E il costo del lavoro? Le sembra un tema da dimenticare?
Il costo del lavoro va anch'esso affrontato e, nel complesso, contenuto, operando soprattutto sul fronte dell'aumento della produttività. Voglio dirle però con tutta franchezza che quando si chiedono sacrifici al paese e si comincia con il chiederli -come al solito- ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l'operazione non può riuscire. . .
«La Repubblica» 28 luglio 1981
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